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LA PSICOMOTRICITÀ IN ACQUA E L’INCONTRO CON LA PATOLOGIA

Il termine “psicomotricità” è un neologismo introdotto agli inizi del secolo scorso, e assume il suo pieno significato solo in tempi che possono essere definiti storicamente recenti: da un lato indica la parte psichica dell’uomo, mentre dall’altra l’insieme dei fenomeni osservabili, ovvero il movimento.

Lo sviluppo motorio, infatti, è strettamente connesso da una parte allo sviluppo cognitivo, tanto che il raggiungimento delle varie tappe motorie è indicativo dello sviluppo intellettivo, dall’altra allo sviluppo affettivo per l’influenza che quest’ultimo esercita sul tono muscolare e su ogni comportamento di significato relazionale.

Tale disciplina finalizza l’attività motoria al raggiungimento della consapevolezza di sé, delle proprie relazioni con l’ambiente esterno e con gli altri; in particolare, alla strutturazione dello schema corporeo, ovvero della percezione istintiva del proprio corpo e delle sue diverse parti in relazione allo spazio, agli oggetti e agli individui circostanti, in qualsiasi condizione.

In base a questa ottica, la psicomotricità propone il superamento del tradizionale dualismo tra corpo e psiche, ricercando una possibile integrazione dei due aspetti. Questo determina una grande attenzione sul corpo del bambino che rappresenta l’elemento cardine sul quale impostare il trattamento riabilitativo, il quale non viene inteso come “rieducazione motoria”: la psicomotricità, infatti, si propone di sviluppare in modo armonico le attitudini motorie, sensoriali, percettive, prassiche e di favorire, attraverso le metodiche e l’esercizio globale della motricità, non solo l’attività muscolare ed articolare, ma anche l’integrazione della corporeità in termini spaziali e temporali, nonché la costruzione del pensiero attraverso la rappresentazione mentale dell’atto motorio agito e dei processi di comunicazione proponendo il concetto unitario di persona.

La psicomotricità in acqua si avvale proprio dell’elemento liquido, come mediatore delle relazioni: in acqua si stravolgono tutte dinamiche siano esse relazionali, di equilibrio, di movimento e la percezione, dovute al fatto che le sensazioni propiocettive create dal contatto corporeo con l’acqua sono differenti rispetto a quelle che si generano dal contatto con l’aria.

Per tale ragione si avrà un’influenza positiva su tutti gli aspetti dello sviluppo psicomotorio del bambino con un interessamento positivo, oltre che della motricità, anche dell’area affettiva, cognitiva e relazionale.

Ovviamente per poter ottenere tali benefici occorre centrare l’attenzione sulla relazione affettiva, per dare la possibilità al piccolo di entrare in contatto con il proprio inconscio, mettendo in atto un rapporto di condivisione che assume valore terapeutico.

Fino a poco tempo fa, infatti, era opinione diffusa che l’acqua favorisse l’insorgenza di malattie soprattutto da raffreddamento e, quando utilizzata nella riabilitazione, aveva soltanto scopo di tipo assistenziale: si interveniva sulla patologia e non sull’individuo nella sua globalità.

Con la nascita della psicomotricità in acqua l’obiettivo non è più mirato solo al recupero del danno, quando possibile, ma allo sviluppo completo delle capacità e potenzialità del bambino attraverso l’utilizzo del gioco: lo psicomotricista deve avere la consapevolezza che da un lato un deficit fisico compromette le abilità dell’organismo, sia motorie che psichiche, dall’altro il deficit psichico influenza le funzioni cognitive, affettive, relazionali e di conseguenza anche quelle funzionali.

Tenendo presente che l’acqua non è la panacea di tutte le patologie risulta essere, comunque, un ottimo elemento di mediazione nella psicomotricità: nei deficit psicomotori permette il raggiungimento della conoscenza corporea e la crescita affettivo-emotiva attraverso la relazione con l’adulto, in uno spazio privilegiato di contenimento e fiducia; nei bambini con problemi percettivi si assiste ad un miglioramento psicologico attraverso il movimento: poiché vivono con angoscia lo spazio, in acqua riescono a raggiungere una certa tranquillità perché si sentono contenuti, riescono a muoversi con più libertà aumentando, in questo modo, anche la propria autostima; nei bambini ipercinetici, l’acqua permette di rallentare i movimenti ed aumentare la concentrazione, la consapevolezza e la capacità di progettare e assimilare tramite l’esperienza degli atti compiuti in ambiente liquido; con i bambini psicotici, che hanno grandi difficoltà a differenziare il “dentro” dal “fuori”, il lavoro psicomotorio in acqua aiuta la scarica delle tensioni e dell’aggressività poiché, essendo un elemento che non si rompe, aiuta l’affermazione e la consapevolezza di sé; questi bambini riescono a realizzare il desiderio di fusione: il bambino vive il corpo dell’altro, e in questo caso dell’operatore, come sicurezza e condivisione, e in questo modo si riduce l’annullamento e la dispersione di sé.

Infine nelle difficoltà relazionali e comunicative l’acqua è un elemento importantissimo poiché aiuta il bambino a ricreare la relazione arcaica e a ricostruire l’individuazione attraverso il contatto corporeo e la facilità e l’immediatezza delle relazioni: tale elemento infatti favorisce lo scambio e il dialogo corporeo attraverso la pelle, canale sensoriale che ci permette di ricevere informazioni essenziali per il nostro sviluppo. In questo modo si può creare una relazione significativa che può, poi, essere trasferita in altri contesti. Non a caso attraverso la psicomotricità in acqua si può assistere nel tempo a un cambiamento in positivo in diverse aree di sviluppo:

  • Nell’interazione sociale vengono favoriti: l’aggancio visivo diretto, l’espressione mimica, le posture che regolano l’interazione sociale, la ricerca spontanea della condivisione, la reciprocità sociale ed emotiva;

  • A livello comunicativo si assiste ad un miglioramento dell’attenzione visiva ed uditiva, il gioco di imitazione, lo scambio;

  • Nella sfera comportamentale si assiste ad una riduzione degli atteggiamenti stereotipati, dell’aggressività, dell’isolamento, mentre aumentano le capacità adattative e la disponibilità.

Un nuovo metodo di intervento in acqua è la Terapia Multisistemica in Acqua (TMA) un innovativo progetto terapeutico finalizzato al superamento dei deficit che caratterizzano la sindrome autistica e i disturbi della relazione e della comunicazione. La TMA trova le sue basi teoriche nei modelli cognitivo-comportamentali e, così come la psicomotricità, si fonda sulla relazione umana e sull’utilizzo del gioco. Altro elemento comune è sicuramente la presa in carico globale del bambino e la progettazione individualizzata del piano di intervento con obiettivi da raggiungere.


La TMA permette al piccolo di potere stabilire una relazione significativa con il terapista/operatore in un contesto come quello dell’acqua che di per sé agisce come mediatore che tocca, avvolge, fa emergere bisogni ed emozioni profonde in bambini che purtroppo hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri e che non dispongono o non riescono ad utilizzare gli strumenti che servono a decodificare/trasmettere messaggi comunicativi né tantomeno ad esprimere i propri bisogni. La TMA si propone infatti di stabilire un rapporto relazionale e significativo, di favorire lo scambio, il gioco condiviso il contatto oculare, l’esplorazione, di sperimentare la motricità che porta poi alla costruzione dello schema corporeo, così come avviene per la psicomotricità, di estinguere/diminuire i comportamenti problema, le stereotipie, incrementare il rispetto delle regole e dei tempi d’attesa ed infine di generalizzare i risultati in tutti i contesti di vita del bambino in modo da realizzare un progetto di integrazione con il gruppo dei pari.

Sicuramente bisogna tenere presente la natura di tali disturbi, e considerare che il percorso terapeutico non è facile né breve, ma richiede impegno e costanza da parte di tutte le figure che ruotano attorno al bambino se veramente si vogliono raggiungere risultati importanti; in tale ottica appare chiaro, quindi, quanto il lavoro psicomotorio in acqua e in particolare la TMA, siano utili, inserite in un contesto riabilitativo globale, poiché facendo leva su importanti aspetti motivazionali indotti dall’ambiente e dal piacere del gioco, permettono al bambino di acquisire competenze e strutturare al meglio il proprio vissuto corporeo e relazionale e comunicativo.

a cura di Ilaria Lo Cicero

TNPEE e Terapista TMA



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