Roberto Militerni è prof. di Neuropsichiatria Infantile presso la Facoltà
di Medicina e Chirurgia della Seconda Università degli Studi di Napoli
Ho letto con molto interesse la favola "Calimero e l'amico speciale", in quanto essa non risponde soltanto ad una finalità divulgativa, ma si pone piuttosto come un valido strumento per un coinvolgimento attivo dei pari, ritenuti figure critiche nel progetto terapeutico per il bambino con Disturbo Autistico.
Sono ormai diversi anni che mi occupo di Autismo e sono particolarmente interessato alla diagnosi precoce. Ma fare una diagnosi precoce significa poi poter garantire un intervento altrettanto precoce. Si pone quindi il problema delle connotazioni che deve assumere l'intervento nelle fasi immediatamente successive alla diagnosi.
L'Autismo Infantile è una sindrome comportamentale complessa, caratterizzata da una marcata compromissione dell'interazione e della comunicazione sociale. Anche se il fenotipo comportamentale è quanto mai vario, l'elemento caratterizzante, che sembra accomunare bambini apparentemente così diversi, è rappresentato da una modalità atipica di percepire la realtà; una modalità che porta alla costruzione di un mondo interno scarsamente congruente con il mondo esterno. Ne deriva che il bambino con Autismo sembra muoversi, agire ed interagire in rapporto a bisogni, motivazioni ed interessi scarsamente coincidenti con i bisogni, le motivazioni e gli interessi propri del gruppo cui appartiene.
Attualmente questa modalità di essere e di rapportarsi all'altro e all'oggetto sembra riconoscere una componente neurobiologica, che rappresenta una sorta di sottofondo predisponente con espressività variabile in rapporto alla diversa incidenza di fattori esterni con valenza negativa (fattori di rischio) e con valenza positiva (fattori di protezione).
Riconoscere alla base dellíAutismo Infantile un sottofondo neurobiologico significa ritenere che la storia del bambino autistico inizia molto precocemente anche se le modalità di esordio del quadro comportamentale conclamato sono molto subdole e mal definite. In genere è solo verso i due anni che le modalità relazionali e le caratteristiche comportamentali assumono un'espressività tale da permettere di formulare la diagnosi. I mesi immediatamente successivi alla diagnosi rappresentano un periodo particolarmente critico nella storia del bambino autistico e della sua famiglia: è un periodo di grande disorientamento per i genitori, che vengono a confrontarsi con una diagnosi già di per sé difficilmente ìncomprensibile, ma che peraltro viene formulata in maniera diversa dai molteplci specialisti consultati, con proposte terapeutiche conseguentemente diversificate. Ed è un periodo di grande disorientamento anche per il bambino, il quale subisce le fasi di un complesso iter diagnostico e terapeutico, che lascia poco spazio al contenimento dei suoi bisogni di rassicurazione. In questa prospettiva, il senso di un intervento precoce sta proprio nel mettere in atto, quanto più tempestivamente possibile, un modello di presa in carico che possa contenere il disagio del bambino e della famiglia. Si tratta di un dispositivo che, prima ancora di essere definito nei contenuti, va realizzato in quelli che sono i punti caratterizzanti, rappresentati dall'individuazione degli spazi critici per il bambino (scuola-famiglia-servizio di riabilitazione) e da un armonico interscambio fra le diverse figure che gravitano nel suo spazio esperenziale. Bisogna, infatti, considerare che l'Autismo non è una malattia, nel senso classico del termine, ma è un modo di essere e di relazionarsi. Pertanto, non esiste la cura, ma esistono delle opportunità che possono aiutare il bambino ad agire ed interagire con modalità sempre più congrue ed aderenti al contesto. Tali opportunità vanno ricercate in quelli che sono i suoi spazi abituali spazi che devono essere qualificati per poter assumere una valenza terapeutica.
Tali considerazioni sono in linea con i più recenti orientamenti, che individuano nei metodi naturalistici una modalità di approccio privilegiata, soprattutto nelle prime fasi del percorso terapeutico. Ed è proprio nell'ambito di tali metodi naturalistici che viene particolarmente enfatizzato il ruolo dei coetanei. Essi, infatti, con la spontaneità che li caratterizza, la naturalezza del loro modo di rapportarsi e la capacità di una sintonizzazione empatica si pongono come figure particolarmente idonee per attivare sequenze di interazione in grado di facilitare la crescita sociale del bambino autistico. Non si tratta di un processo di guarigione, ma quanto meno di adattamento al reale. E' evidente che questo ruolo che possono svolgere i coetanei soprattutto potenziale. Si rende pertanto necessario un loro coinvolgimento attivo, attraverso la sensibilizzazione nei confronti di tematiche, che per la loro complessità devono essere affrontate con modalità e strumenti adeguati al livello di sviluppo. Ritengo, pertanto, che la favola Calimero e l'amico speciale si pone come un validissimo strumento per l'attualizzazione di un progetto terapeutico che vede come protagonisti i pari.
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