testatina

Dentro e oltre il racconto

Lettera ai genitori, agli insegnanti, agli educatori, agli autori e...

Una premessa

Riflettere su un testo altrui è impresa tanto delicata quanto difficile. Significa presumere di averlo compreso nelle sue linee essenziali - almeno quelle che l'autore tratteggia con tutta evidenza - ma vuol dire anche sforzarsi di penetrare fra le pieghe delle righe alla ricerca di quello che non è scritto, ma che, tuttavia, c'è e che, forse, è più importante di quello che è scritto e, senz'altro, più difficile da rintracciare. L'impresa, poi, è tanto più ardua se il testo è un racconto, sia pure a valenza educativa, e non un saggio di natura tecnica. Una circostanza analoga mi si presentò quando mi fu chiesto, nel 1992, di presentare il volume autobiografico di Carlo D'Andrea. Illustre "sconosciuto", oggi a me noto e caro per le cose che compresi di lui leggendo il saggio, ancora in fogli raffazzonati e "mal scritti", prodotto dopo dieci anni di duro lavoro, a testimonianza che anche da un grave aneurisma cerebrale si può venire fuori con la forza della volontà, l'affetto dei propri familiari, l'amicizia degli intimi, l'esperienza di una vita condivisa e spesa come investimento, con un trattamento riabilitativo adeguato e ricco anche di un afflato umano radicato nella passione per la cura sia dell'altro che di sé. Scrivere su di un testo significa ripetere costantemente a se stessi una frase di Gadamer: "chi vuol comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso". Per questo motivo, in ambedue i casi ho preferito lasciar parlare i testi. Una scelta di comodità? No! Un'opzione teorica oltre che letteraria che, tuttavia, è pur sempre difficile: il rischio della manipolazione, il vincolo di un sapere teoricamente definito, l'insieme degli assunti che ognuno di noi porta con sé, il rispetto dovuto a chi ti chiede di scrivere qualcosa per lui/lei e, nello stesso tempo, la dovuta obiettività e adeguatezza sono tutti elementi che intervengono a rendere il lavoro di presentazione una vera e propria impresa. Alla fine, scorgi che ogni lavoro di commento esplicativo è pur sempre come un lavoro a parte e il testo da presentare il pretesto per scrivere qualcosa di te, delle cose che sai e di quelle che vuoi comunicare nel rispetto dell'autore, ma anche in deroga e grazie a lui. Credo che ogni autore debba mettere in cantiere questo rischio e fidarsi dell'onestà intellettuale del suo commentatore, proprio come quest'ultimo deve fidarsi dell'autore e del suo testo. Ed è proprio per questo che, come nessun saggio può essere espropriato della mano del suo autore, della intelligenza che lo ha mosso, così nessuna riflessione su di esso può essere affrancata dalle caratteristiche professionali e umane di chi la scrive. In fondo, ogni commentaore/introduttore è e resta un interprete del testo che legge - in questo egli è veramente autore - e ogni autore, a sua volta, attraverso il testo da lui composto, fornisce l'occasione per restituire senso al proprio vivere e a quello del suo lettore con il quale costruisce identità narrative. Per tutti questi motivi, a coloro che hanno scritto il racconto di Calimero e l'amico speciale insieme con l'attestato di stima va anche la richiesta di indulgenza per le eventuali incomprensioni del testo, per le possibili manipolazioni portate a segno, per i costrutti che hanno forzatamente incanalato il loro impegno di creatività e di fantasia letteraria, per avere ricostruito il racconto diversamente da come è stato ideato e scritto e, soprattutto, per averlo, in un qualche modo, passato in sezione. Se una giustificazione c'è in tutto ciò, questa è nella necessità di stilare una serie di riflessioni esplicative ed è appunto quanto mi era stato chiesto di fare.

Prigionieri di un guscio

"Vorrei tanto trovare una via d'uscita dalla mia vita d'isolamento da comportamenti decadenti nei quali mi barrico, non vivo che frustrazioni giorno dopo giorno senza speranza; è come essere sepolti vivi, la solitudine di un autistico è come un proliferante grumo di terra sull'anima" (da Sellin B., Prigioniero di me stesso: viaggio dentro l'autismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1995) Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) classifica la sindrome autistica, quella rappresentata nel racconto didattico di Giovanni e Maria Lucia Sanità Ippolito e Maria Michela Gambatesa, dal titolo: "Calimero e l'amico speciale", fra i Disturbi Generalizzati dello Sviluppo. La classificazione è quella stessa della National Association of Autistic Children e già riferita nel DSM-III-R. In particolare, il Manuale legittima la diagnosi di autismo solo in presenza delle seguenti tre classi di tratti comportamentali problematici: a. grave e diffusa difficoltà a sviluppare relazioni sociali; b. notevole ritardo nello sviluppo del linguaggio ricettivo e produttivo, ecolalia e inversione dei pronomi; c. fenomeni ritualistici o compulsivi. Nella storia di Calimero e l'amico speciale, i cui destinatari possono essere tanto i bambini quanto i loro genitori e insegnanti, il quadro clinico è rappresentato adeguatamente fra le pieghe dei vari dialoghi; tuttavia, c'è molta delicatezza e sensibilità, senza ancoraggi a considerazioni moraleggianti e pietistiche che ordinariamente accompagnano e fanno da sfondo a situazioni in cui l'incontro con chi è diverso genera sentimenti di incomprensione, disagio, angoscia, evitamento, almeno fino a quando non ci è svelato il "mistero" che accompagna la diversità e che, rendendo opache le uguaglianze, adombra il piano della possibile condivisione: "Ma, Calimero - ribatte Rossella - quella bambina non ha niente di diverso da noi, sei sicuro che sia handicappata? Sai, Rossella - risponde dolcemente Calimero - essere portatori di handicap vuol dire non poter fare qualcosa come gli altri. E l'autismo non è diverso dall'essere costretti su di una sedia a rotelle"; il piano dello svelamento graduale e progressivo è evidente lungo tutto il racconto che si muove costantemente sul piano di una duplice sensibilità, quella letteraria rispetto alla storia, ai personaggi, quella relativa al lettore - bambino o adulto che sia - per realizzare lo scopo, tutto pedagogico, di un duplice accostamento: alla problematica autistica e ai sentimenti che accompagnano i personaggi per una positiva identificazione da parte del lettore; tutto il racconto procede sempre su un duplice livello: l'esperienza, la comprensione di essa. "Mentre Calimero parla con i suoi amici, inaspettatamente, Fabio gli tira uno schiaffo. Accidenti - esclama Rossella - ma che gli prende? Calimero, senza scomporsi, dice: niente, probabilmente voleva farmi una carezza. Una carezza? A me non è sembrato per niente una carezza! Ribadisce Piero. Voleva solo toccarmi - spiega Calimero - è come un bambino di un anno, quando vuole accarezzarti ti dà degli schiaffi solo perché non riesce a controllare e dosare la forza del movimento del braccio. Passa qualche altro minuto e Fabio comincia ad urlare. Mamma mia! - esclama Susy tappandosi le orecchie - ma perché grida così? Perché non riesce a comunicare in altro modo - risponde Calimero - Immaginate di avere fame e di essere legati su di una sedia con un bavaglio che vi chiude la bocca. Che cosa fareste? Non comincereste a gridare con quanto fiato avete in corpo perché qualcuno vi senta e venga a liberarvi? I dialoghi fra i vari personaggi introducono sulla scena, poco per volta, la sindrome autistica presente in due dei personaggi della storia: Francesca e Fabio; è evidente che l'intento degli autori del testo è quello di raccontare una storia nella storia; la prima: l'incontro con la diversità che produce un break: "Ciao, io sono Calimero, lei è Priscilla, la mia amichetta e quelli sono Pancrazio, Susy, Piero, Valeriano e Rossella. Siamo tutti amici. Volevamo giocare a nascondino. Ti piacerebbe venire con noi?. La bambina non risponde, non li guarda, continua a far girare la palla sulla mano ripetendo sempre: palla, palla, palla…[…] Visto che sei così brava con la palla - interviene Priscilla - che ne diresti di giocare a palla prigioniera? Ma la bimba non risponde neppure questa volta […]. Priscilla e Calimero si guardano un po’ dispiaciuti. Intanto arrivano anche Piero, Susy, Valeriano, Pancrazio e Rossella. Susy domanda: chi è? E' una nuova amichetta? Priscilla risponde: veramente non la conosciamo, l'abbiamo invitata a giocare con noi, ma deve essere molto arrabbiata o molto triste perché non ci risponde e non ci ha degnato neppure di uno sguardo. Valeriano si avvicina per prenderla con mano ma la bambina la ritira e incomincia a muoverla in modo bizzarro come se dirigesse un'orchestra che non c'è. Poi improvvisamente si abbassa e, anziché raccogliere la palla che le è caduta, prende da terra una fogliolina e cerca di mettersela in bocca. La mamma, prontamente, glielo impedisce." La seconda storia è quella introspettiva che avvia un nuovo modo di pensare e di percepirsi a motivo dell'incontro con la diversità dell'altro proprio come accade in Priscilla:"E' triste: ho pensato che Francesca fosse una bambina antipatica e scostante, invece è solo molto infelice. Non c'è qualcosa che possiamo fare per aiutare lei e i bambini come lei? Certo - esclama Calimero - possiamo imparare ad amarli, il nostro amore li farà sentire meno soli e li aiuterà a vincere la paura del mondo. Ma per farlo dobbiamo conoscerli. Tu come fai a sapere tutte queste cose sui bambini autistici? Chiede Valeriano a Calimero. Calimero risponde: le so perché ho un amico autistico". In genere la psicosi, alla cui famiglia appartiene la sindrome autistica, è definita in opposizione al concetto di nevrosi. In quest'ultima, infatti, vi sarebbe una conservazione della coscienza della propria condizione patologica e, perciò, una relativa possibilità di evoluzione, nella prima, invece, l'individuo si percepirebbe - in un certo senso - "agito" dalle sue stesse istanze interne come da potenze estranee e maligne; egli, allora, incapace di riconoscerle come emanazione della propria soggettività, si troverebbe in una condizione di totale impotenza, costretto a ricorrere a difese molto arcaiche, tese a mantenere rigidamente inalterato lo stato di cose esistente. Il gruppo delle psicosi infantili abbraccia un vastissimo numero di sindromi, diverse fra di loro per quadro sintomatologico e per la condizione di gravità rispetto alla compromissione dell'aspetto relazionale. Riconosciute come quadro specifico, rispetto a quello analogo degli adulti, solo pochi decenni or sono, esse sono state e sono ancora oggi oggetto di numerosissime ricerche e studi tesi ad individuare un fattore eziopatogenetico comune. Molti autori hanno ipotizzato cause di tipo organico a carattere prevalentemente neurologico e biochimico, altri hanno invece individuato una genesi di tipo relazionale, legata all'incontro fallimentare tra un ambiente affettivo immaturo o ostile e un soggetto particolarmente fragile e vulnerabile emotivamente. Entrambe queste strade si sono rivelate però parziali, come si può facilmente evincere dal fiorire terminologico ("parapsicosi", "pseudopsicosi", "pre-psicosi", "post-psicosi"…) resosi necessario per definire tutta una serie di sindromi, associabili, ma non del tutto assimilabili, a quelle di volta in volta definite come psicotiche in base alla propria opzione eziologica. Il termine "autismo" è riconosciuto ormai abbastanza diffusamente grazie ad una serie di testi sull'argomento (scritti diaristici di genitori di soggetti psicotici e scritti autobiografici di soggetti che hanno attraversato, uscendone, l'esperienza psicotica) e di film ed è inteso spesso in senso abbastanza generico; esso del resto, è impiegato, talvolta, anche in ambiti specialistici, in un'accezione assai vasta, per designare gravi disturbi della personalità e della relazione caratterizzati dal ripiegamento in se stessi e da una particolare chiusura affettiva. La storia di Calimero e l'amico speciale nasce direttamente come testo narrativo per la rappresentazione descrittiva e divulgativa di una condizione di alterazione della personalità e della relazione qual è quella delineata nel racconto; così, infatti, si legge nel dialogo fra Papero Piero e Calimero:""Ho trovato! Dobbiamo trovare qualcuno capace di aggiustare questi bambini! Potrei chiedere a mio padre…" Calimero sospira:"Sarebbe bello, ma aggiustare questi bambini, cioè farli guarire, è una cosa molto difficile e lunga. Guardate il guscio che mi porto in testa. Quand'ero piccolissimo ci stavo chiuso dentro e lui mi proteggeva. Poi un bel giorno è venuto il momento di aprirlo e uscire a conoscere il mondo. Fuori dal guscio c'era un mondo meraviglioso pieno di luci, colori, emozioni, amici, che aspettava solo di essere scoperto. I bambini autistici sono come dei pulcini che non riescono a far schiudere il guscio che li contiene. Restano chiusi dentro, prigionieri, e diventano infelici. Dentro al loro guscio le parole, i suoni, le immagini arrivano alterate. Per questo, non comprendendo bene che cosa avviene fuori cominciano ad avere paura, a gridare. Vorrebbero aiuto, ma il loro cervello non sa come chiederlo". E' evidente che il testo non si pone il problema della insorgenza della sindrome autistica né quello della definizione diagnostica, né tantomeno del trattamento specialistico, quanto di quello educativo e cioè dell'accostare due mondi altrimenti destinati a non comprendersi. Questo fare educativo attraversa tutta la storia e intreccia costantemente la dimensione cognitiva e quella emozionale. L'una e l'altra sono necessarie per condurre gradualmente i protagonisti alla comprensione della problematica e della punteggiatura che ciascuno occupa di volta in volta in riferimento al problema e alle relazioni che intrattengono. Così il racconto si apre costantemente alla dimensione cognitiva e relazionale attraverso momenti di dissonanza cognitiva e di risonanza emozionale che si intrecciano a dimostrazione - anche letteraria - che i due momenti si fondono sempre in un apprendimento autenticamente significativo; così è nel dialogo già precedentemente trascritto fra Calimero e Rossella, così è nel seguente passo:" E' così che loro si sentono? Imbavagliati e legati per tutta la vita? Allora hai proprio ragione, Calimero - dichiara Priscilla - anche noi ci comporteremmo così! Pancrazio interviene: Questo lo capisco. Anche a me è successo una volta di spaventarmi tantissimo: era sera e stavo per entrare nella mia cameretta quando ho visto un'ombra gigantesca che si muoveva sul muro. Sono scappato urlando. Papà, quando gli ho raccontato quello che avevo visto, ha sorriso e mi ha accompagnato nella stanza. Mi ha spiegato che il mostro che mi aveva spaventato era solo l'ombra dell'albero del nostro giardino che ondeggiava per il forte vento! Che fifone sei, Pancrazio, esclamano tutti ridendo". Il racconto di Calimero e l'amico speciale - com'è evidente - si gioca tutto all'interno di una dinamica relazionale fra Calimero e gli amici, fra il gruppo di amici e i soggetti individuati come autistici. E' evidente che gli autori del testo non si esprimono su nessuna delle interpretazioni eziologiche, né deve essere considerata un'opzione - l'unica - quella sulla quale essi indulgono nel racconto. Le numerose interpretazioni avanzate in letteratura allo scopo di cogliere le cause del disturbo possono essere inserite in due ampie categorie, delle quali la prima biomedica, presenta una certa compattezza interna, mentre la seconda quella psicologica, è fortemente disaggregata dal punto di vista teorico ed applicativo. All'interno di tale contesto si assiste ad un rovesciamento nelle posizioni, determinato dal fatto che non esistono chiare prescrizioni mediche, mentre sono disponibili precise strategie di intervento e programmi riccamente articolati su basi psicologiche ed educative, che, pur nella loro limitatezza, possono fornire un contributo rilevante e spesso decisivo nello stimolare un miglioramento cospicuo, per quanto riguarda i comportamenti manifestati dal bambino autistico. Programmi come il "Young autism project di Lovaas", quello della San Diego University e quello di Schopler, Reichler e Lansing, per citarne alcuni fra i più noti, rappresentano al momento i riferimenti più autorevoli nel trattamento dei casi e nella scelta degli strumenti di assessment. La storia di Calimero indubbiamente va nella direzione di una partecipazione latamente coterapeutica delle figure che compongono di volta in volta il set/setting della relazione all'interno di luoghi attivanti; così, per esempio, nel dialogo fra Priscilla, Calimero, Susy e Valeriano: "Hai ragione Calimero, ma cosa possiamo fare per aiutarlo? Interviene Priscilla. Dobbiamo avere pazienza, dedicargli molto tempo, non scoraggiarci se all'inizio sembrerà tutto inutile. Possiamo portarlo con noi a fare sport, durante i giochi, andarlo a trovare spesso, dice Calimero. Va bene - interviene Susy - Andiamo a chiedere alla sua mamma se domani può venire a casa mia. Potremmo fare insieme lezione di musica. Credi che possa piacergli la musica? Sicuramente, Susy, sono bambini molto sensibili e tutti gli stimoli possono essere importanti per loro, risponde pronto Calimero. E se chiedessi al mio istruttore di nuoto di farlo venire in piscina con noi? Propone Valeriano. Un'altra ottima idea! - risponde entusiasta Calimero - Fare sport li aiuta ad essere meno aggressivi e a dormire di più". Lezioni di musica, attività sportive possono essere considerate come "ambienti strutturanti" in cui le regole del fare non sono coercitive e fredde, ma sono accompagnate dalla coerenza delle persone che hanno la responsabilità formativa e, quindi, esprimono uno stile di gestione del rapporto lineare e coerente, la cui prevedibilità fornisce una risposta adeguata all'angosciante richiesta di ordine e di stabilità che proviene dai soggetti autistici. Questo approccio, cosiddetto ambientalistico, è altamente efficace quando si avvale di un clima relazionale positivo, proprio come è descritto da Calimero nel testo: "Quello che per Fabio è veramente importante e prezioso è il nostro affetto e il nostro tempo. Dobbiamo aiutarlo a imparare cose semplici che lo rendano autonomo e lo aiutino a stare in mezzo agli altri. Quando sarà riuscito a imparare questo apprezzerà anche i giochi". Infatti, instaurare una buona relazione è un prerequisito importante per lavorare con successo con un bambino autistico; offrirgli un trattamento individualizzato favorisce lo sviluppo delle abilità linguistico-cognitive e socio-emozionali. Di fatto, gli ambienti strutturati, la terapia e le modificazioni del comportamento riescono, almeno in alcune situazioni, a produrre un miglioramento più marcato in certe aree evolutive rispetto alla ludoterapia o ad altri approcci non strutturati e permissivi. Tuttavia, il rischio è che le abilità eventualmente apprese in una situazione rigorosamente programmata non si trasferiscano alle normali situazioni di vita del bambino autistico. C'è, dunque, un'intenzionalità "educativa" implicita mallevadrice dell'esperienza narrata; questa viene fuori quando Valeriano chiede a Calimero: "Tu come fai a sapere tutte queste cose sui bambini autistici?" e Calimero risponde: "Le so perché ho un amico autistico. Priscilla esclama: davvero? Perché non ci hai mai parlato di questo bambino? […] Non ve lo avevo detto perché credevo che non avreste capito, si scusa Calimero. E ti sei sbagliato - lo rimprovera dolcemente Priscilla - anche noi vogliamo aiutare i bambini autistici e diventare loro amici. Calimero, felice, risponde: benissimo! Che ne dite di venire domani a casa mia? Nel pomeriggio verrà a trovarmi Fabio, il mio amichetto autistico con la sua mamma. Staremo insieme, mangeremo la torta di mele della mia mamma e voi conoscerete un amico speciale. D'accordo, Calimero, ci vediamo domani!" Risulta chiaro che la risposta che proviene da Calimero, cioè dagli autori del testo, non è teorica ma esperienziale e didascalica è tesa, cioè, a creare una situazione di socializzazione dell'esperienza di apprendimento personale assieme a una tensione che mira a favorire la domanda corale di conoscenza e di cooperazione da parte degli altri bambini. Non a caso, la parte finale della storia presenta al lettore un momento fortemente evolutivo; dopo avere ascoltato il discorso della mamma di Fabio a Cesìra, madre di Calimero: "Sai, Cesìra, non ce la faccio più […]". […]"Piero con la voce tremante dice: non credevo che stare vicino ad un bambino autistico fosse così difficile. Dobbiamo fare qualcosa per Fabio e per la sua mamma. Entrano in cucina e Priscilla si rivolge alla signora: vorremmo fare qualcosa per Fabio, essere suoi amici, stargli vicino. E vorremmo che lei tornasse a sorridere. Vi ringrazio, bambini, ma aiutare me e Fabio è difficile. Non si preoccupi - ribatte pronto Valeriano - ce la metteremo tutta!" La storia continua ancora, per terminare in un turbinio di sentimenti positivi per le conquiste di Fabio: "Da quando ci siete voi, che lo portate in piscina, a sentire musica, a passeggio nel parco, da quando venite qui a fargli compagnia, Fabio sta molto meglio, riposa di più la notte, mangia con la forchetta, non ripete in continuazione le stesse parole, ogni tanto mi abbraccia. Grazie, bambini, voi avete trasformato in realtà un bellissimo sogno! Sono tutti commossi. Calimero comincia a battere le mani e subito dopo, tutta la grande commozione si scioglie in un fragoroso applauso. Anche Fabio applaude e sorride". Tuttavia, a chi scrive queste note introduttive sarebbe piaciuto che la storia terminasse prima con le parole di Piero, Priscilla e Valeriano e non con quelle, certamente suggestive e pregnanti della mamma di Fabio. Anzi, come pedagogista, suggerirei a quanti - genitori, nonni, insegnanti, educatori - leggeranno con i figli, nipoti o alunni questa storia di fermarsi al punto in cui alla madre di Fabio Valeriano dice: "Non si preoccupi, ce la metteremo tutta!" Fra l'altro, una storia aperta consente al lettore di continuare a pensare ai molti possibili modi di porsi dinanzi al problema, alle molte risposte che ciascuno può dare, alle possibili disaffezioni e diserzioni. Una storia aperta consente di coniugare una visione più realistica con una certamente formativa ma non necessariamente sbilanciata in modo iperattivistico. Infine, non c'è dubbio che Calimero sia il personaggio trainante dell'intera storia: "E Calimero ha un'ultima cosa da dire: Bambini! Si, proprio voi che state leggendo questa storia. Nel mondo ogni mille bambini sani ne nascono uno o due con questa malattia, l'autismo. Se tra i mille bambini che avranno letto questa storia ci sarà almeno un bambino che deciderà di aiutare un bambino autistico, non ci saranno più bambini soli, prigionieri di un guscio!"; un leader autorevole nel gruppo dei pari e fors'anche l'educatore che non compare mai, perché dietro le quinte di questa storia a tessere le fila del cambiamento, della crescita, della maturazione e dell'aiuto. La sua amicizia con Fabio - l'amico speciale - gli ha consentito di evolvere personalmente in conoscenza, competenze e di promuovere anche l'interesse nei coetanei verso amici svantaggiati. In questa linea la storia ha certamente una sua validità educativa. Tuttavia, l'insegnamento che proviene dalla narrazione non è proponibile senza la partecipazione attiva dell'adulto competente - psicoterapeuta, insegnante di sostegno, psicomotricista etc… - che accompagni l'iniziativa volenterosa di quanti - adulti e/o giovani - intendono avviarsi lungo la strada della relazione d'aiuto. Diversamente, il rischio di una sovraesposizione sarebbe incombente e i danni a se stessi e agli altri potrebbero essere, forse, irreparabili o quanto meno numerosi. D'altra parte, la relazione d'aiuto non si può improvvisare, richiede competenza, esige impegno sia da parte di chi opera che di colui o colei che ha necessità di aiuto, proprio come scriveva Birger Sellin: "Che cosa vi piacerebbe per me, che io non possa vivere senza aiuto e rimanga handicappato? O che io diventi indipendente? Se voi volete quest'ultima cosa dovete semplicemente essere più esigenti con me". Qui, però, non è più il racconto che dice qualcosa al lettore, ma è il pedagogista che si interroga e pone quesiti al testo. Questa, però, è tutta un'altra storia che deve ancora essere scritta.
Bruno Schettini
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